La dittatura del click: come l’ossessione per i social sta distruggendo gli ultimi paradisi naturali

Ambiente

L’algoritmo della distruzione

La dinamica è ormai strutturale. Un video di quindici secondi su Instagram o TikTok promette di svelare “il luogo segreto che nessuno conosce”. Bastano poche migliaia di visualizzazioni per attivare l’algoritmo e trasformare una caletta incontaminata, una cascata nascosta o un bosco millenario in una meta di pellegrinaggio di massa.

Il problema risiede nella sproporzione tra la scala del territorio e il volume dei visitatori. Luoghi di pochi metri quadri, privi di infrastrutture per la gestione dei rifiuti, di servizi igienici o di sentieri tracciati, si trovano improvvisamente travolti da centinaia di persone al giorno. Il risultato è immediato: erosione del suolo, inquinamento delle acque, distruzione della flora locale e disturbo letale per la fauna selvatica, costretta ad abbandonare i propri habitat a causa del rumore e del passaggio continuo.

Dal trend alla responsabilità civile

Se qualche anno fa questo fenomeno veniva derubricato a “tendenza passeggera” o a un modo moderno di fare promozione turistica, oggi sappiamo che si tratta di un danno ambientale concreto. Chi detiene l’attenzione del pubblico sui social deve assumersi una responsabilità etica di fronte al territorio. Creare contenuti che puntano esclusivamente al picco di interazioni, ignorando le conseguenze reali sul mondo fisico, è una forma di estrattivismo digitale.

La sostenibilità non si misura solo dalle cannucce di carta o dalle borracce, ma dal modo in cui scegliamo di muoverci nello spazio pubblico. Proteggere un paradiso naturale oggi significa anche avere il coraggio di non geolocalizzarlo, di spegnere la telecamera e di accettare che la bellezza, per rimanere tale, a volte necessita del silenzio.

Le gaffe della televisione: un vizio antico

Questo vizio, tuttavia, non appartiene solo ai nuovi media. Anche la televisione generalista commette periodicamente lo stesso errore. All’interno di programmi di intrattenimento o di reportage leggeri, i media tradizionali continuano a spettacolarizzare luoghi fragili senza fornire contestualizzazione o strumenti educativi.

Mostrare una spiaggia protetta come se fosse un parco giochi accessibile a chiunque, senza spiegare i divieti o la vulnerabilità di quel sistema biologico, è una gaffe comunicativa grave. Dimostra come la logica dell’ascolto e dell’intrattenimento tenda a prevalere sul dovere di informazione e di tutela, un vizio che la televisione condivide con il peggior influencer marketing.