Diritti & Società
Nel dibattito sulla sostenibilità sociale, il diritto all’autonomia economica delle persone con disabilità rimane un tema confinato ai margini. Sebbene la Costituzione sancisca il diritto al lavoro per ogni cittadino, l’attuale sistema di welfare italiano genera una distorsione paradossale: un impianto normativo che, attraverso rigide soglie di reddito, disincentiva l’ingresso nel mercato del lavoro, cristallizzando la condizione di povertà del beneficiario.
Le soglie dell’esclusione: i numeri del 2024
Il sistema attuale prevede limiti reddituali estremamente bassi per il mantenimento delle prestazioni assistenziali. Nel 2024, le soglie stabilite dall’INPS evidenziano una realtà critica:
- Invalidi parziali (dal 74% al 99%): Il limite di reddito annuo per mantenere l’assegno mensile (circa 333,33 €) è fissato a 5.725,46 €. Superare questa soglia, anche di pochi euro, comporta la revoca totale della prestazione.
- Invalidi totali (100%): Per la pensione di inabilità, il limite è più elevato, pari a 19.461,12 € annui. Tuttavia, la cifra erogata rimane la medesima (333,33 €), una somma che da sola non garantisce la superamento della soglia di povertà relativa.
Questi parametri costringono il lavoratore con disabilità a un calcolo costante e umiliante: accettare un impiego, magari part-time o a termine, rischia di annullare il paracadute pubblico, senza garantire in cambio una stabilità economica superiore o duratura.
Il “limbo” dell’invalidità parziale
La situazione dei circa un milione di invalidi parziali è la più emblematica. Con una soglia di poco superiore ai 5.700 euro, lo Stato di fatto impedisce la cumulabilità tra assistenza e lavoro dignitoso. Un contratto di poche ore settimanali a salario minimo è sufficiente per perdere il diritto all’assegno.
Il legislatore sembra dunque considerare la prestazione assistenziale non come un supporto alle maggiori spese vive che la disabilità comporta (spese sanitarie, assistenza, mobilità), ma come un mero sussidio di povertà che deve cessare non appena il cittadino tenta di rendersi utile alla società.
L’immobilismo trasversale della politica
È doveroso rilevare come, nel corso degli ultimi decenni, nessun governo — indipendentemente dall’orientamento ideologico — abbia mai rimosso questo vincolo strutturale. Mentre le riforme pensionistiche per la categoria dei lavoratori “ordinari” occupano costantemente le prime pagine e i tavoli di trattativa sindacale, la riforma dei criteri di accesso e mantenimento delle pensioni di invalidità rimane una nota a piè di pagina.
Le ragioni di questo immobilismo sono probabilmente di natura cinica e aritmetica. Le persone con disabilità, pur essendo milioni, non costituiscono un blocco elettorale compatto o una “grande categoria” capace di esercitare una pressione politica pari a quella dei pensionati di vecchiaia. Questa frammentazione ha permesso alla politica di ignorare la richiesta di una riforma che scomputi il reddito da lavoro dal calcolo della pensione di invalidità, trasformando quest’ultima in una prestazione di diritto legata alla minorazione e non alla condizione di indigenza.
Verso un nuovo modello di welfare
Una sostenibilità che voglia dirsi inclusiva non può prescindere dalla revisione di queste soglie. La protezione sociale deve trasformarsi da strumento di controllo del reddito a motore di partecipazione. Il mantenimento del sostegno economico, indipendentemente dal reddito da lavoro, non sarebbe un privilegio, ma una misura compensativa necessaria per livellare i costi sociali e fisici che la disabilità impone nel quotidiano.
Finché la legge costringerà a scegliere tra l’assistenza e il lavoro, lo Stato italiano continuerà a violare il principio di uguaglianza sostanziale, condannando i propri cittadini più fragili a una cittadinanza dimezzata, subordinata al mantenimento di uno stato di necessità economica.