Clima & Sistemi
Mentre i riflettori si accendono a Baku, in Azerbaigian, la ventinovesima Conferenza delle Parti (COP29) si presenta con un’identità chiara e complessa: è la “Finance COP”. Se gli incontri degli anni passati servivano a definire gli obiettivi tecnici per limitare il riscaldamento globale, l’appuntamento di quest’anno ha il compito di rispondere alla domanda più difficile di tutte: chi pagherà il conto della transizione ecologica globale?
Il cuore del conflitto: l’NCQG
Al centro dei negoziati c’è una sigla tecnica che nasconde una questione di giustizia fondamentale: l’NCQG (New Collective Quantified Goal). Si tratta del nuovo obiettivo finanziario che dovrà sostituire il vecchio impegno di 100 miliardi di dollari all’anno promessi dai paesi industrializzati nel 2009.
I fatti dimostrano che quella cifra, oltre a essere stata raggiunta con enorme ritardo, è ormai del tutto insufficiente. Le stime attuali indicano che i paesi in via di sviluppo necessitano di almeno mille miliardi di dollari l’anno entro il 2030 per affrontare i danni climatici e investire in energie pulite. Il divario tra la domanda e l’offerta è il vero banco di prova per la diplomazia internazionale.
Baku e il dilemma dei paesi produttori
La scelta di Baku come sede della conferenza ha sollevato, ancora una volta, interrogativi sulla coerenza dei vertici climatici. Dopo Dubai, ci troviamo nuovamente in una nazione la cui economia dipende fortemente dai combustibili fossili. Questa circostanza evidenzia una realtà inevitabile: la transizione energetica deve passare necessariamente attraverso il dialogo con chi oggi detiene le risorse fossili. Il rischio, tuttavia, è che il peso degli interessi petroliferi rallenti l’adozione di impegni vincolanti per il phasing-out (l’eliminazione graduale) di carbone, petrolio e gas.
Giustizia climatica o debito perenne?
Il nodo dei finanziamenti tocca un tasto dolente per il Sud del mondo. Molti leader dei paesi più vulnerabili chiedono che le risorse arrivino sotto forma di donazioni e finanziamenti agevolati, piuttosto che prestiti. Ricevere capitali a tassi di mercato per riparare i danni causati dalle emissioni prodotte storicamente dal Nord del mondo rappresenta un paradosso etico: significa indebitarsi per sopravvivere a una crisi di cui non si è responsabili.
L’approccio della DG ECHO e di altri enti umanitari europei sottolinea spesso come la prevenzione costi molto meno dell’emergenza. Finanziare oggi l’adattamento nei paesi fragili è l’unico modo per evitare crisi umanitarie e ondate migratorie senza precedenti domani.
Oltre le promesse: l’ora dei fatti
Le promesse di Baku rimarranno semplici dichiarazioni d’intenti se non verranno accompagnate da meccanismi di monitoraggio trasparenti. La credibilità dell’intero sistema COP è legata alla capacità di mobilitare capitali privati e pubblici in tempi rapidi. Il successo di questo vertice si misura sulla volontà politica dei paesi ricchi di riconoscere il proprio debito climatico e di trasformarlo in un investimento per la stabilità globale.
La stabilità climatica è un bene comune. Come tale, richiede una partecipazione economica proporzionale alle responsabilità storiche e alle capacità attuali di ogni singola nazione.