Cultura e società
Esiste un tic della politica contemporanea che rasenta sistematicamente il cortocircuito culturale: il tentativo di trasformare poesie universali in jingle elettorali. L’ultimo episodio in ordine di tempo riguarda il lancio del movimento “Futuro Nazionale” di Roberto Vannacci, battezzato sulle note di Futura, uno dei capolavori assoluti di Lucio Dalla. Un’operazione che ha incassato l’immediato e fermo distanziamento degli eredi del cantautore bolognese, ma che soprattutto ha messo a nudo un’enorme questione di analfabetismo sentimentale e storico.
Il controsenso di un muro
Futura non è una canzone neutrale. Lucio Dalla la scrisse a Berlino nel 1980, seduto su una panchina di fronte al Muro, fumando una sigaretta insieme a Phil Collins. Il testo immagina due amanti, uno di Berlino Est e uno di Berlino Ovest, che decidono di concepire un figlio nonostante la divisione, le spie e i blocchi militari. È un inno radicale all’abbattimento delle barriere, alla speranza che scavalca i confini e alla fiducia nel domani.
Utilizzare questo brano come colonna sonora per un movimento che fa del nazionalismo, dell’identitarismo e della rigidità dei confini la propria bandiera rappresenta un errore logico prima che estetico. Significa svuotare la musica della sua anima per ridurla a un mero involucro acustico.
Un vizio antico: da Rino Gaetano a Oriana Fallaci
Il caso Vannacci è solo l’ultimo di una lunga serie di gaffe storiche che attraversano la destra italiana. Negli anni passati abbiamo assistito alla polemica della famiglia di Rino Gaetano contro l’uso di Ma il cielo è sempre più blu durante i comizi di Fratelli d’Italia, un brano che in realtà nasceva come satira feroce delle ipocrisie della società borghese dell’epoca.
Allo stesso modo, la letteratura ha subito gli stessi tentativi di colonizzazione: il nipote di Oriana Fallaci fu costretto a diffidare formalmente Matteo Salvini dall’utilizzare il nome e le citazioni della giornalista per scopi di propaganda della Lega. La politica tenta spesso di appropriarsi di simboli di libertà e di ribellione intellettuale nel disperato tentativo di darsi una legittimità culturale che non possiede.
Piazza Grande e il decoro urbano
Questo scollamento tra la sensibilità poetica e la prassi politica emerge in modo brutale quando si analizza l’opera di Dalla alla luce delle azioni amministrative dei partiti che lo citano. Pensiamo a Piazza Grande, il brano in cui Dalla canta con infinita tenerezza la vita, la dignità e la libertà di un senza fissa dimora (“a modo mio quel che sono l’ho scelto io”).
Il cortocircuito pratico si manifesta quando le medesime forze politiche che applaudono quelle canzoni firmano ordinanze comunali sul “decoro urbano” volte a sgomberare le stazioni, a inserire barriere anti-bivacco sulle panchine e a multare chi non ha una casa. In quel momento, l’ipocrisia diventa evidente: la poesia di Dalla viene celebrata sul palco, ma perseguitata sul marciapiede.
Le Tremiti, la cella e la memoria del confino
Per comprendere quanto la musica di Dalla sia incompatibile con certe narrazioni, basta viaggiare fino alle Isole Tremiti, il luogo della sua anima. Lì è nata Com’è profonda il mare, un brano che contiene versi straordinari sul potere del pensiero che “come il vento non lo puoi fermare, non lo puoi rinchiudere”.
In quella canzone si fa esplicito riferimento alla “cella”, richiamando la storia dolorosa del confino politico fascista che proprio alle Tremiti ha visto prigionieri centinaia di oppositori del regime, tra cui il futuro Presidente Sandro Pertini. La musica di Dalla è intrisa di questa memoria storica, è figlia della libertà di pensiero e del rifiuto di ogni totalitarismo.
L’arte non si piega
Le canzoni possiedono un’anima e, soprattutto, una memoria che i decreti e i comunicati stampa non possono cancellare. Lucio Dalla è cresciuto e ha collaborato con menti libere e radicali come Giorgio Gaber e Dario Fo; la sua arte è costituzionalmente indisponibile per chiunque voglia ridurla a uno slogan identitario.
La vera arte non può essere piegata a jingle elettorale. Quando la politica tenta di farlo, non fa altro che confermare la propria distanza da quella bellezza libera e universale che cerca, invano, di possedere.